La chiesa di Santa Chiara

Si distingue dalle altre in Sezze per la sua cupola dalla forma ottagonale sormontata da un tetto di coppi. Essa è a pianta circolare, con l’altare posto alla sinistra dell’ingresso.

Proprio di fronte al suddetto, sulla parete di destra, si trova una doppia grata, dietro alla quale le suore del comunicante Monastero delle Clarisse, potevano seguire le cerimonie religiose senza essere osservate.

All’interno della chiesa vi è una pregevole opera del pittore setino Giuseppe Turchi, che costituisce la pala dell’altare. Essa rappresenta Santa Chiara e San Francesco nell’atto di adorare la Madonna ed il Cristo, con sullo sfondo la città di Sezze.

La chiesa di Santa Chiara

Le Clarisse ed il Monastero

A testimoniare la presenza dell’Ordine delle Clarisse a Sezze, resta ora solamente il vecchio monastero di via Cavour, a pochi passi da Piazza IV Novembre, che per tanti anni le ha ospitate.

E’ un gigante addormentato: migliaia di metri quadri che hanno contribuito a fare la storia di Sezze.

Le suore facevano parte dell’Ordine delle Clarisse Innocenziane, fra i rami più antichi dell’ordine, in cui si seguiva la regola dell’anno 1253, cioè quella personale di S. Chiara che, oltre ai voti di obbedienza, povertà e castità, comprende l’obbligo più rigido: cioè la clausura.

Nel XVI e XVII secolo, l’ordine conobbe una grande fioritura in tutto il mondo.

Il monastero di Sezze ha una storia antichissima. La prima notizia della sua esistenza ci perviene dall’anno 1313.

Nel 1566, abbiamo fonti che ci parlano della costruzione dell’attuale monastero grazie alle donazioni della nobile famiglia dei Normisini. Nei suoi primi anni di vita, il monastero è molto prospero: le ricche famiglie del luogo (Normisini de Aniballis, Boffi, Pilorci) fanno cospicue donazioni al monastero.

Ai tempi, quando la figlia di una famiglia ricca entrava nel monastero, riceveva una dote cospicua in danaro, terreni od altro, e sono innumerevoli gli scritti che testimoniano la generosità delle famiglie agiate nei confronti di una loro componente che entrava in clausura.

In alcuni periodi, il monastero di Santa Chiara raggiunse anche una notevole autonomia economica. Naturalmente, esisteva una gerarchia e solo chi recava una dote poteva diventare Clarissa a tutti gli effetti.

Si dirà: "Ed allora il voto di poverta, dov’è?". Le suore vivevano nella poverta più assoluta: solo le econome potevano provedere alle varie necessità delle sorelle e del monastero.

Nel 1727, Papa Benedetto XIII si reca in visita alle Clarisse di Sezze. Con la venuta di Napoleone in Italia, vengono confiscati tutti i beni dei monasteri. Anche quello di Sezze subisce la stessa sorte: viene occupato e perde tutte le sue proprietà composte da terreni, case e rendite varie.

Caduto Napoleone e tornato il Papa a Roma, al monastero delle Clarisse viene assegnata una cospicua rendita annua, che verrà mantenuta fino alla caduta dello stato pontificio.

Nel 1873, il nuovo governo italiano confisca tutti i beni materiali della chiesa e solo nell’anno 1894, la badessa Maria Luisa Ungaretti riesce a riacquistare il monastero con una complessa operazione.

Ma è del 1944 forse, la parte più bella, sicuramente la più umana, della storia della Clarisse di Sezze.

Siamo in piena seconda guerra mondiale. Sezze è presidiata dalle truppe tedesche che rastrellano la popolazione per inviare aiuti al loro fronte. Durante questi rastrellamenti, le suore mosse da sentimento di pietà e compassione, nascondono nel monastero i giovani che temono di essere fatti prigionieri.

Sezze, in quel periodo subisce pesanti bombardamenti: la chiesa di San Sebastiano e Rocco, a pochi passi del monastero, viene rasa al suolo. L’abitato viene evacuato, ma le suore restano al suo interno a rischio della loro vita, rifugiandosi nelle cantine dell’edificio.

La rete idrica è distrutta, ma nel monastero c’è una grande cisterna e le suore offrono la loro acqua a chiunque ne abbia bisogno. Per quanto arrivino al punto di non avere più riserve, esse danno aiuti alimentari ai bisognosi. Sono particolari momenti, difficili, in cui lo spirito cristiano degli esseri umani viene messo a dura prova.

La popolazione soffre molto e le suore danno tutto ciò che possono. Nel monastero trovano rifugio anche le giovani che temono le violenze da parte delle truppe degli Alleati.

Le suore sono ormai ridotte alla fame e due di esse vengono autorizzate a fare la questua nei campi. I contadini, pur nelle loro miserevoli condizioni, danno ciò che possono del loro racolto, memori di quanto le suore hanno fatto per la popolazione.

Negli anni successivi, a causa dalla crisi delle vocazioni, il monastero ospita un numero sempre più eisguo di suore.

La vetustà dello stesso e la mancanza di fondi per una eventuale ristrutturazione, porta le suore alla decisione di vendere l'immobile ed a trasferirsi a Latina in un monastero più moderno e più confortevole.

Ecco così che una parte della storia di Sezze svanisce con la chiusura del monastero delle "monache vecchie", come esse venivano affetuosamente chiamate dalla popolazione, appelativo che testimonia quindi la loro lontana presenza nella comunità di Sezze.

Nel ricordo dei tanti bambini di una volta, resta il sapore dei dolci che le suore preparavano nei periodi di festa.

Croce