Itinerario botanico

a cura del prof. Angelo Marchetti

Il professor Marchetti, insegnante di scienze biologiche presso l'istituto tecnico commerciale Corradini, è l'autore di un interessantissimo libro, di prossima pubblicazione, riguardante gli itinerari naturalistici nella zona di Sezze, redatto con dovizia di particolari e decorato con disegni da lui realizzati delle piante presenti nella nostra zona. In anteprima, ci ha concesso di pubblicare una parte del libro, descrivendo due facili e piacevoli itinerari da compiere nei mesi invernali.

Consigliamo di stampare queste pagine per ritrovare le specie descritte. Un vivo ringraziamento da parte di tutti coloro che potranno beneficiare dei suoi consigli e della sua esperienza.

Da "Camposanto Vecchio" alle"Doline della Quartara"

Periodo consigliato: a Marzo Prendendo la strada via Sedia del Papa, dopo alcune centinaia di metri, alla fine dell' abitato, ci si immette in un vecchio sentiero che negli anni passati serviva per raggiungere in poco tempo la pianura e i campi.

La prima sensazione che si prova è quella di trovarsi, anche se poco lontano dal paese, in un ambiente arido e caldo, con spaziosi orizzonti verso i campi e il mare: attenzione, però, presi dai miraggi in lontananza, si può inciampare in qualche sasso sporgente sul viottolo sicuro, ma non sempre agevole.

Siccome il versante della collina è esposto a Sud, è preferibile compiere questa passeggiata agli inizi della primavera, quando il sole non è ancora troppo forte e si gradisce maggiormente, dopo i rigori dell'inverno.

L'ambiente che ci si presenta davanti è profondamente degradato: la riforestazione degli anni passati ha interessato soltanto un'esigua parte del versante e i continui incendi non sempre l'hanno risparmiata.

A testimonianza sono rimasti gli scheletri semi-carbonizzati del Pino domestico (Pinus pinea L.) e della Ginestra comune (Spartium junceum L.), che per anni non si coprirà più, all'inizio di Giugno, di vistose macchie giallo-oro.

Anche qui, come in altre parti del territorio, gli elementi più interessanti della flora sono le piante cespugliose e sempreverdi della macchia mediterranea: il Mirto o Mortella (Myrtus communis L.) e il Lentisco (Pistacia lentiscus L.).

Il mirto lo si riconosce subito perché, appena ci si avvicina alla pianta, si sente un profumo aromatico resinoso che non si dimentica facilmente; lo spettacolo della fioritura è assicurato soltanto a chi si avventura nell'escursione in piena estate: i fiori con i petali bianchi spuntano all'ascella di foglie ellittiche ed opposte.

I frutti sono bacche di un colore nero-bluastro, anche se non è raro trovare piante di mortella con i frutti bianchi punteggiati di nero.

Se il mirto è una pianta profumata, non si può dire altrettanto del lentisco, il cui odore è quasi sgradevole: provate a tirare un rametto o a stropicciare una foglia sulle vostre mani e ne coglierete la differenza.

I fiori del lentisco sono rosso-bruni riuniti in pannocchie cilindriche che si trasformeranno in drupe, prima rossastre, poi nere.

Comunque, in questo ambiente xerofilo, le piante che occupano la maggior parte della superficie sono quelle del Tagliamani (Ampelodesmos mauritanicus - Poiret - T. Durand et Sch.;A. tenax Link) e di una sempre più scarsa flora cespugliosa e arbustiva.

Dall'inizio di Marzo fino alla prima settimana di Aprile esplodono le fioriture degli anemoni Fior-stella che dapprima leggermente incurvati, alla fioritura si mettono diritti, facendo risaltare maggiormente le corolle che appaiono con una tonalità cromatica che va dal bianco, al rosa pallido e al violetto.

E' più difficile, invece, riuscire a vedere le fumarie, perché sono presenti in un numero esiguo di esemplari e crescendo con il fusto prevalentemente prostrato, sono meno appariscenti: le foglie laciniate evidenziano la delicatezza delle corolle.

Come si riconoscono? La Fumaria bianca (Fumaria capreolata L.) ha l'infiorescenza a racemo con i petali bianco-pallidi punteggiati di scuro all'apice mentre la Fumaria comune o Fumosterno (Fumaria officinalis L.) possiede la corolla rosea che diventa porporina alla fauce.

Sono in fiore anche le euforbiacee, piante che, appena si spezza loro qualche foglia o rametto, emettono un latice biancastro, sostanza appiccicaticcia, irritante e velenosa.

Le più presenti sono l'Erba calenzuola (Euphorbia helioscopia L.) che si alza appena venti o trenta centimetri dal terreno e l'Euforbia cespugliosa (Euphorbia characias L.), alta da sessanta a centocinquanta centimetri.

L'infiorescenza delle euforbie, costituita da ombrelle terminali con tre o più raggi, ad occhio nudo potrebbe apparire quasi insignificante, ma se la guardiamo nei particolari con una piccola lente, ci riserva sorprese: il fiore è costituito da un involucro a forma di coppa (ciazio), portante sul bordo quattro o cinque ghiandole che circondano gli stami a forma di mezzaluna o a ellissi; da questa coppa si alza una forma globosa pendula a tre loculi di ovario.

Un buon osservatore non deve fermarsi alle apparenze, ma cercare di vedere anche le cose che si nascondono; soltanto conoscendo gli elementi più reconditi di una pianta si può capire meglio la sua storia evolutiva e i suoi rapporti con gli altri organismi viventi in quell'ecosistema.

La Veccia gialla (Vicia hybrida L.), la troviamo ovunque; essa come tutte le cugine, pur essendo una pianta rampicante, non arriva ad alzarsi più di mezzo metro dal terreno e i cirri, alla fine di foglie imparipennate, non sanno a chi aggrapparsi.

Più modesta è la presenza della Salvia comune (Salvia pratensis L. subsp.haematodes - Briq.) che spunta qua e là lungo il sentiero, ma le corolle violette con le fauci spalancate, come la maggior parte delle piante di questa famiglia (Labiate), attirano la nostra attenzione.

Sono già in fiore alcune erbe che prediligono le zone incolte e i ruderi: la Borragine comune (Borago officinalis L.), la Viperina azzurra (Echium vulgare L.) e la Lingua di cane (Cynoglossum creticum Miller); al primo sguardo ci si accorge che c'è qualcosa che le accomuna: sono, in misura diversa, tutte irte di setole e peli che sono alcuni dei segni distintivi della famiglia (Boraginacee).

La borragine, con i suoi fiori stellati e turchini, è la più conosciuta e a Maggio ricopre di azzurro i cigli e i fossi delle strade; chiamata volgarmente anche "Piaghe di Gesù Cristo", i nostri nonni ne apprezzavano i giovani germogli, mangiati in insalata, e le foglie con cui facevano gustose frittate.

La viperina azzurra è così chiamata perché gli stami filamentosi che spuntano fuori dalle sue corolle tubulari, somigliano, con un po’ di immaginazione, alla lingua biforcuta della vipera.

I fiori di quest’ultima, come confinati in una spazzola ricurva, ricevono un'attenzione diversa dagli insetti impollinatori a seconda del loro colore: quando sono rossi, non c'è un insetto che li consideri; vengono visitati a frotte, invece, quando da rossi virano verso l'azzurro.

I fiori, invece della lingua di cane sono penduli, riuniti in racemi di un colore rosso-scuro; e se ripassate alla fine dell'estate, al loro posto troverete caratteristici frutti appiattiti e spinosi, divisi in quattro parti con un'appendice al centro: non si dimenticano facilmente.

Sulla roccia calcarea e arida, spuntano di tanto in tanto le piante che in questo ambiente arido sono di casa: il Vilucchio rosso (Convolvulus althaeoides L.), la Linaiola purpurea (Linaria purpurea (L.) Miller), la Bocca di leone (Antirrhinum majus L.), la Silene rigonfia (Silene vulgaris (Moench) Garcke; S. cucubalus Wibell) subsp. vulgaris.

Dopo aver costeggiato per un buon tratto il fianco della collina, ci si trova scendendo, gradatamente, in un ambiente quasi completamente diverso: una lunga depressione, dominata da prati e siepi e abbastanza fresca.

Guardando ai margini delle siepi è facile imbattersi in piante di Asparago comune (Asparagus officinalis L.) che in questo periodo è circondato da nuovi getti: i giovani turioni cilindrici, carnosi e commestibili.

Se si attraversa il prato si deve fare attenzione alla vistosa colonia di orchidee a farfalla, affinché non finiscano sotto i nostri piedi e, nella situazione peggiore, nelle nostre mani, in modo che anche altri passanti abbiano la possibilità di osservare e godere dello spettacolo naturale cui ci è capitato di assistere.

Un'altra pianta che popola questi luoghi e che è difficile a vedersi, finché non è in fiore, è la Fanciullaccia o Damigella (Nigella damascena L.).

Ma quando avremo l’occasione di vederla in fiore ne rimarremo stupiti: il suo fiore solitario è circondato da foglie bratteiformi profondamente divise in lacinie che fanno tutt'uno con i petali azzurri, a volte un po’ sbiaditi; speriamo di trovare ancora damigelle, più o meno scapigliate, sul nostro percorso; diversamente dovremo accontentarci di osservarle coltivate nel nostro giardino.

Risalendo lungo il versante cespuglioso, si arriva finalmente alle Doline della Quartara; seguendo il piccolo sentiero ci troviamo, quasi senza accorgercene, nel mezzo di due grosse buche coniche con una forma allargata a scodella e con una profondità circa di duecento metri. Esse rappresentano, insieme agli inghiottitoi e alle grotte, una delle manifestazioni più evidenti dei fenomeni carsici del territorio dei monti Lepini.

Il vasto prato che si apre a fianco delle Doline si presta molto bene ad una meritata sosta, prima di riprendere la strada del ritorno.

1) In dialetto il Lentisco viene, non a caso, chiamato "Putolo", parola che deriva dal latino Puteo (puzzare).

2) Avicenna, Galliano e altri medici illustri dell'antichità, dicevano che la Fumaria aveva virtù toniche e depurative, riconosciute anche oggi. E' inoltre uno stimolante respiratorio ma ha una lieve tossicità.

3) Questa erba sconosciuta terapeuticamente agli antichi, è stata descritta a scopo di cura da Alberto Magno, patrono dei botanici, come generatrice di buon sangue mentre il Mattioli la consiglia per curare la debolezza di cuore (P.Lanzara, Piante Medicinali,1980)

4) Gli insetti vedono maggiormente le radiazioni della luce con le lunghezze d'onda che si avvicinano al blu-ultravioletto; non vedono, invece, le tonalità del rosso e dell'infrarosso.

Alla Longara alle fonti della media montagna

(Sicopane, Acqua della Chiesa, Cappuccilli)

Periodo consigliato: da gennaio a marzo

Gli itinerari che vi proponiamo non sono difficoltosi ma alla portata di tutte le persone che desiderano fare una camminata di alcune ore lontano dal frastuono sempre più eccessivo dell'ambiente urbano.

Qualsiasi periodo dell'anno è buono per fare escursioni ed osservare la ricca varietà di essenze vegetali di questi luoghi.

Si può cominciare anche da Gennaio quando la vetta della Semprevisa è ancora innevata e, invece, i suoi versanti di Sud-Ovest riscaldati cominciano a liberarsi lentamente della neve e a tingersi di macchie colorate e vistose; una teoria continua di crochi zafferani di vario colore si alterna al Bucaneve (Galanthus nivalis L.), a qualche Zafferanetto comune (Romulea bulbocodium(L.)Seb.et Mauri) ed a colonie di Scille azzurro-violette (Scilla bifolia L.); qua e là cominciano a farsi vedere i primi Anemoni (Anemone hortensis L.;A.stellata Lam.).

I crochi comunque sono quelli più appariscenti e quasi tutti sulla tonalità del viola, ma se li guardiamo con maggiore attenzione e curiosità, possiamo cogliere alcune differenze nel colore dei tepali, nella larghezza e lunghezza delle foglie e negli elementi riproduttivi del fiore: gli stami e il pistillo;

vi sono gli Zafferani maggiori (Crocus napolitanus Mord et Loisel;C. vernus var.grandiflorus Gay) che hanno le foglie più larghe e con la caratteristica stria bianca nel mezzo e più brevi del gambo floreale, i cui tepali sono tutti di un intenso colore violetto e inodori;

altri, invece, con il perigonio un po' più lungo e i tepali più acuti di colore viola all'interno e con venature più marcate nella parte esterna, emanano un forte profumo e per questo sono chiamati Zafferani profumati (Crocus suaveolens Bertol.).

Si distingue con maggiore nettezza lo Zafferano selvatico (Crocus biflorus Miller), per i suoi tepali completamente bianchi nella parte interna, più ingialliti all'esterno e con tre-cinque vene longitudinali più scure.

Soltanto alla fine di Febbraio e in Marzo lo zafferanetto ricopre i prati sub-montani di monte Castellone, Fulcino e dell'Acqua della Chiesa costituendo un tappeto continuo che a volte è difficile camminare senza calpestare più di qualche esemplare.

Lo zafferanetto rispetto agli altri cugini descritti, è facilmente distinguibile e riconoscibile per il perigonio che presenta il tubo giallastro e le lacinie di colore rosa-lilla sfumate di giallo; non è raro, comunque, trovare zafferanetti ai quali è stata mangiata la parte estrema delle lacinie e pertanto rimangono soltanto con il giallo del perigonio.

Se i crochi e gli zafferanetti prediligono i luoghi aperti e soleggiati dei versanti montani, ai diversi livelli altitudinali, i bucaneve, invece, quando manca molto all'arrivo della primavera, li troviamo in colonie più o meno estese nei luoghi più freschi del bosco e del fondovalle.

E non bisogna andare sempre in alta montagna per osservarli: basta incamminarsi lungo la parte più fresca di una valle o di un bosco anche a 300 m di altitudine; risalendo la valle che porta a località "Tre Pozzi" estese colonie di bucaneve vi si parano davanti con i loro candidi fiori riconoscibili per la loro testa reclinata.

Ad un piano altitudinale più elevato, nel fondovalle della fonte Siccopane, essi compaiono ancora numerosi, questa volta però, in compagnia delle scille che hanno maggiore risalto per i loro abiti azzurro-violetti.

Salendo ulteriormente dobbiamo raggiungere il crinale e il versante di Nord-Est verso Carpineto, l'ambiente umido e fresco delle faggete per trovare nuove colonie di bucaneve.

Un'altra specie che anticipa la primavera è la Viola soave (Viola suavis Bieb.) e la Viola mammola (Viola odorata L.) che, se anche non la vediamo, si fa sentire per il suo intenso profumo.

Dalla fine di Febbraio possiamo assistere alla fioritura di un'altra elegantissima bulbosa, i Narcisi selvatici (Narcissus tazetta L. subsp. Bertoloni(Parl.)Baker);Narcissus poeticus L.); il Narciso tazzetta lo possiamo incontrare in gruppi vistosi, salendo sia per monte Castellone che per monte Fulcino, lungo il sentiero ai limiti del bosco e nei prati soleggiati.

Esso è stato così chiamato per la paracorolla interna gialla che possiede una vaga somiglianza con la tazzina: i suoi fiori composti da tepali biancastri, sono profumatissimi e si sviluppano su un solo gambo in numero da tre a dieci.

Il Narciso poetico, invece, lo troviamo ad una altitudine più elevata dai 600 m in su, nelle boscaglie e nei pascoli montani; esso si presenta con lo stesso colore bianco dell'altra specie ma se ne differenzia perché ha sul gambo un solo fiore e con una corolla più grande, simile al più comune narciso dei nostri giardini.

Salendo sempre verso monte Castellone se vi capita di vedere in lontananza diverse macchie di colore giallo, non vi potete sbagliare nel riconoscimento: esse sono le delicate fioriture del Corniolo (Cornus mas L.); infatti, in pieno inverno, sono le prime piante a fiorire, insieme agli arbusti del Prugnolo (Prunus spinosa L.).

Tra i fusti prostrati dell’Erba cicutaria (Erodium cicutarium L’Hér ssp. cicutarium), i bottoni gialli che trapuntano il prato di un giallo-oro fosforescente sono quelli del Ranuncolo millefoglio (Ranunculus millefoliatus L.); esso a metà Febbraio, ai primi tepori, alza il suo sottile gambo, circondandosi di delicatissime foglie finemente suddivise, le quali, insieme ai bulbilli della radice, sono segni particolari della specie.

La numerosa famiglia dei ranuncoli possiede tanti esemplari che è facile confonderli, ma in questo periodo l'altro ranuncolo in fioritura è il più comune Favagello (Ranunculus ficaria L.) che, con i suoi petali smaltati di giallo adorna i fossi e i cigli delle strade in pianura e in collina.

Sempre nelle parti più fresche della valle o semplicemente di un fosso, sul terreno umido o tra i sassi, possiamo trovare gruppetti di Tussilaggine (Tussilago farfara L.): i suoi fiori sono portati da scapi che si alzano appena venti centimetri e sono ricoperti da foglie ridotte a scaglie.

Nei versanti caldi della montagna come lungo la strada forestale di monte Fulcino, lo spettacolo è assicurato già dalla fine di Febbraio, oltre che dai narcisi e dagli anemoni, dalla discreta presenza della Globularia (Globularia punctata Lapeyr ; G. vulgaris Auct.Fl.It.);

dalle rosette basali di ogni piantina si alzano fino a trenta centimetri dal terreno da tre a dieci gambi sui quali risaltano le infiorescenze violacee, quasi sferiche il cui effetto d'insieme richiama l'attenzione del viandante più distratto.

Si fanno notare altrettanto bene le delicate arabette che dalla base della Longara abitano lungo i sentieri aperti fino ai piani montani; risalendo dalla base della Longara verso la fonte Cappuccilli o l'Acqua della Chiesa, possiamo notare che le piante non hanno ancora la fioritura abbondante di quelle osservate più in basso e si stenta a riconoscerle.

L'Arabetta collinare (Arabis collina Ten.;A.muralis Bertol.;A.muriola Jordan) si presenta con una infiorescenza con i caratteristici fiori bianchi a croce come quelli di tutta la famiglia (Crocifere), che in poco tempo lasciano il posto alle silique allungate e quasi parallele al gambo e si distingue dall'Arabetta primaverile (Arabis verna (L.)R.Br.), più rara, più esile e con i fiori violetti.

Ci si imbatte più difficilmente in un'altra crocifera, l’Alisso annuo (Alyssum alyssoides L.) e nel più raro Aglio minuscolo (Allium chamemoly L.), che si fanno notare, dalla fine dell'inverno all'inizio della primavera, sui pianori montani erbosi e sassosi;

soltanto un buon osservatore può ammirare le gialle infiorescenze racemose e quasi sempre socchiuse della Clipeola e la minuscola infiorescenza bianca dell'aglio che esce appena dal soffice terreno pascolato.

Non pensate di trovarvi di fronte ad una comune pianta di aglio perché non lo riconoscereste mai: questo fiorellino bianco che spunta appena dal terreno si capisce che appartiene al genere aglio, soltanto perché di esso conserva il caratteristico odore pungente appena ne stropicciate le foglie.

Alla stessa altitudine il Bucaneve cresce in vistosi gruppi anche nella valle e nel bosco sotto il monte Trinità. L'altra scilla dei monti Lepini è la Scilla autunnale (Scilla autumnalis L.) che da Settembre incontriamo in tutti i pianori erbosi della Semprevisa.

Le viole dal caratteristico colore giallo e viola (Viola eugeniae Parl.) le troviamo in tutto il versante caldo della Semprevisa e dei monti Lepini Colonie vistose sono state osservate nei prati calcarei di monte Pizzone e di monte Gemma.

La pianta era conosciuta fin dai tempi antichi: Dioscoride suggeriva ai sofferenti di asma e tosse ostinata fumigazioni con tutta la pianta di farfaro; Plinio per lo stesso uso consigliava soltanto le foglie.

L’Alisso comune e l'Aglio minuscolo sono stati osservati anche sul monte Trinità.

Mandorlo